Dolmen e Menhir

 

Dolmen Quattromacine

Situato su terreno agricolo di proprietà comunale si trova nel territorio di Giuggianello al confine con quello di Giurdignano ed è stato individuato nel 1893. La lastra di copertura, che poggia su due ortostati e una serie di blocchi, presenta lungo il perimetro un canaletto che fa supporre che il dolmen sia stato utilizzato, oltre che come tomba collettiva, anche come ara sacrificale. Intorno al monumento è possibile osservare una serie di coppelle probabilmente utilizzate per la raccolta dell’acqua o per purificare il bronzo.

Dolmen Ore
Rinvenuto da Luigi Corsini nel 1979 nei pressi della masseria Quattromacine, presenta un lastrone di copertura quadrangolare irregolare, spesso circa 25 centimetri, sostenuto da tre ortostati, uno monolitico e due di pietre sovrapposte, che poggiano su un banco di roccia affiorante omogenea.
 Dolmen Ore

Menhir Polisano

 

Il monolite, alto 3 metri e mezzo, esaminato e descritto da Cosimo De Giorgi nel 1888, fu abbattuto da ignoti nel 1977 e recuperato dal Centro di Cultura. Il menhir sulla sua sommità presenta un incavo segno dell’avvenuta cristianizzazione.

Lo stesso De Giorgi accenna ad un altro menhir, che Luigi Maggiulli aveva visto prima del 1860 a pochi passi da questo, il quale venne distrutto successivamente.

 Dolmen Ore
 

Menhir Crocecaduta

 

É stato scoperto dal centro di Cultura nel 1979 e prende il nome dal toponimo della campagna dove insiste. Si trova nell’antico feudo del casale medioevale di Quattromacine, lungo 4 metri, attualmente si trova adagiato a terra dietro un muro a secco. Sulla sommità vi è un incavo sede di una croce issata per la sua cristianizzazione

 Dolmen Ore

Giganti di pietra

 

Giuggianello la terra dei monoliti, intorno ai quali si forgia la cultura originaria del salento, quella fatta di umili persone che adoravano il dio natura, venerato intorno a questi enormi blocchi di pietra.

 

Uno su tutti il cosiddetto “Furticiddhu te la vecchia”, unico blocco di pietra circolare e lenticolare posto su un basamento di rilevante perimetro. 

La forma caratteristica a fungo con relativo cappello e peduncolo generata nel corso dei secoli è data dalla degradazione delle acque dilavanti e dagli agenti atmosferici.

Il nome medioevale richiama alla mente la rondella dell’arnese in legno (il fuso) che serviva per filare a mano la lana.

 

Diviso da un muro a secco è posto l’altro enorme masso a forma di gran giaciglio denominato “Lettu te la vecchia” (letto della vecchia).

Unico blocco di pietra che presenta sulla superficie due coppelle scavate nella roccia e sul lato est ed ovest due incavi che si pensa servissero rispettivamente per presentare i neonati alla tribù e per riporre i defunti durante il rito funebre.

 

Questi monumenti monolitici, sono entrati a far parte anche nella cultura popolare che gli accosta alla Vecchia, la “Striara” (strega) moglie del “Nanni Orcu” (l’omone mangiatore di bambini).

Secondo un’altra leggenda, invece, colui che avesse sognato la Madonna che lo esortava a recarsi presso “Lu lettu”, poteva tentare di sollevare il masso con un dito. Se ci fosse riuscito avrebbe trovato “l’acchiatura” costituita dalla chiocciola con sette pulcini d’oro.

 

Aristotele invece, nel suo “De mirabilibus auscultationibus” ci racconta di una battaglia tra Ercole e i giganti. La forza stupefacente di Ercole rimase impressa nei secoli su un enorme masso schiacciato dal suo piede, che ne prese inevitabilmente l’impronta e il nome.

Le ricchezze archeologiche di un villaggio sommerso dalla storia e dalla terra: Quattromacine.

 

Le principali scoperte archeologiche nel casale di Quattromacine, sono legate ai luoghi di culto, ben due. La prima chiesa risalente al X – XI sec. si contraddistingue per il prestigio e l’importanza dei reperti rinvenuti dal primo ed unico scavo condotto dall’università salentina, la quale ospita la  commemorazione di un defunto di sesso maschile di ca. 35 anni di età, ben nutrito e senza evidenti patologie, sepolto tra l’altare e l’iconostasi dell’edificio, occupando evidentemente una posizione privilegiata.

Decorata con affreschi al momento della sua costruzione, viene ristrutturata e riaffrescata nel XIII secolo.

Al di sotto del piano pavimentale risalente sempre al XIII secolo, in terra e tufina battuta, sono stati rinvenuti, per la prima volta in un contesto archeologico, gli strumenti liturgici relativi al rito greco.

Davanti alla mensa laterale, all’interno del santuario, sono venuti alla luce due cucchiaini, un oggetto ancora di incerta identificazione, ed una "lancia" o coltello che, rappresentando simbolicamente la lancia del soldato che ha perforato il ventre di Cristo sul Golgota, serviva a dividere il pane eucaristico durante la messa.

Ciò è importante poiché, il maggior numero di stampi eucaristici rinvenuti in Italia, provengono proprio dal Salento, ove se ne possono contare almeno venti e tre di essi provengono da proprio da Quattromacine.

In età normanna, XI sec., viene edificata una seconda chiesa, a due navate e due absidi, che fa da nucleo ad un cimitero che perdura fino al periodo angioino. Dal cimitero provengono vari cippi tombali, dei quali uno ha incisa la data 1173/4 con iscrizione in greco.

Da qui sono stati recuperati i resti di 75 individui, il cui studio è stato affidato all’antropologo Trevor Anderson.

Quattromacine pur rimanendo di proprietà del vescovo di Otranto nel XV secolo risulta abbandonato ed è uno dei pochi villaggi per il quale esiste evidenza che venne distrutto durante la presa di Otranto nel 1480-81, da parte delle truppe del Sultano Mehmet II.

Al posto del casale venne costruita una torre che si sviluppa in masseria abitata fino al 1955.

Il villaggio ha restituito inoltre numerosi oggetti e accessori dell’abbigliamento, di ornamento e di uso personale.

 

LA TORRE MESSAPICA

 

Nell’area denominata Fondo Torre già agli inizi del ‘900 era stata rilevata la presenza di un antico edificio.

Le indagini archeologiche stratigrafiche sono state avviate nel 2006 da parte dell’Università del Salento e successivamente è stata condotta una campagna di scavi nei mesi a cavallo tra il 2016 ed il 2017 guidata dal Professore Giovanni Mastronuzzi.

Sulla base degli elementi riportati alla luce è possibile datare ad epoca messapica, IV-III sec. a.C., una struttura costituita da un grande anello di blocchi di pietra calcarea di forma trapezoidale, disposti su filari sovrapposti concentrici, che contengono un enorme riempimento di pietre a secco; quest’ultimo è quanto sopravvive di una specchia, una collina artificiale, risalente all’età del Bronzo Medio (XVII-XVI sec. a.C.) e successivamente recuperata e monumentalizzata dai Messapi.

Il complesso architettonico ha un diametro di 24,5 m, ma è difficile calcolare l’altezza che aveva nell’antichità. Il grande cono di pietre poteva raggiungere i 6 m, inoltre è assai probabile che alla sua sommità fosse posta un’ulteriore costruzione in legno.

Principale funzione della torre così composta era garantire il controllo del territorio compreso tra le città messapiche di Muro Leccese e Vaste.

Nel corso degli scavi sono stati rinvenuti alcuni frammenti di vasi da mensa di produzione locale del IV e III sec. a.C. e poca ceramica ad impasto dell’età del Bronzo.

 

CRIPTA BIZANTINA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

 

La cripta inizia il suo cammino nella storia con le funzioni di rito greco e solo successivamente fu commutata in cappella cristiana di rito latino dove si continua ancora oggi a venerare il santo.

Scavata nella roccia tufacea presenta una struttura a tre navate, il pavimento in terra battuta, il soffitto spianato e liscio, con un’altezza media di due metri. Intorno ai due pilastri centrali vi sono sedili a gradino e al di sopra dell’altare vi è un incavo quadrangolare dove vi alloggiava in origine l’icona.

Quella più antica rinvenuta dalle opere di restauro volute dal C.C.S.R. nel 1990, risale al 1869 e fu commissionata dal devoto Gaetano Miggiano. Questa, essendo stata vandalizzata, fu sostituita da una copia il più possibile fedele a quella del Miggiano. Sempre nella stessa campagna di restauro furono ritrovate, sparse sul piano pavimentale, diverse monete una delle quali in bronzo e di epoca bizantina, il Follaro, raffigurante Costantino VII e Zoe,  coniata a Costantinopoli.

Le pareti laterali e l’altare sono completamente affrescate ma ad oggi queste pitture sono poco visibili e riconoscibili.

 

IL RISORGIMENTO ITALIANO E GIUGGIANELLO

 “..ho sofferto le catene borboniche per la sola e santa causa della libertà! ”

 (P. Gennaccari)

 

Giuggianello tra il 1827 e il 1830 era un paese prettamente agricolo di 595 anime ma questo non impedì la nascita di sentimenti avversi al regno borbonico.

Il processo politico che vide coinvolti Don Agostino e Domenico Pirtoli, Pasquale Gennaccari e Don Saverio Convenga, ebbe inizio a seguito di lettere di denuncia anonime inviate all’Intendente di Terra d’Otranto.

La Commissione Suprema per i Reati di Stato riconobbe non colpevole il Pirtoli dall’accusa di “voci allarmanti dirette a spargere il malcontento contro il Governo” e decise di mettere in libertà provvisoria l’imputato. Fu così che potette lasciare per sempre le carceri di Santa Maria Apparente di Napoli e raggiungere Giuggianello, sottomesso, però, a “severa vigilanza di Polizia”.

 

 

Don Saverio Convenga visse “...per timore delle carceri… nel luogo della sua precaria dimora e dal letto fuggito a scendere in un pozzo, dove dimora lunghe ore…” lontano da tutti e dalla chiesa.

Non fu mai carcerato grazie all’interessamento dell’Arcivescovo di Otranto, Vincenzo Andrea Grande, che scrisse numerose lettere all’Intendente, dicendo che il Sacerdote doveva essere riabilitato in un convento e non carcerato poiché “…andare in giro con vesti di villano in vie deserte e per non perdersi interamente e nel fisico, e nel morale umano, essendo anche un sacerdote che, nella chiesa non è stato inutile” .

 

Pasquale Gennaccari dopo essere stato perseguitato ed arrestato, fuggiasco ed appena ventenne faceva parte della “Giovane Italia”, da Genova partì per Milano dove strinse amicizia coi figli del Manzoni.

Fu arrestato il 27 febbraio 1850,  e dopo essere stato processato fu scarcerato il 10 settembre 1851; ciononostante fu sempre tenuto d’occhio e segnato sui registri penali come cospiratore.

Il Governo volle comprenderlo tra i danneggiati politici accordandogli una remunerazione per i danni sofferti, ma egli rifiutò rispondendo: “ ho sofferto le catene borboniche per la sola e santa causa della libertà”. Divenne  Sindaco di Giuggianello incaricato dal Governo nel 1860.

 

PALAZZO BOZZICOLONNA

 

Edificato a cavallo tra il XVIII e il XIX sec. è un importante esempio di architettura extraurbana del Salento, adibito a residenza gentilizia di campagna presenta un austero prospetto con due portali e cinque finestre in corrispondenza del piano superiore.

All'estremità destra è presente un piccolo campanile a vela, segno distintivo di una cappella interna che fu ricavata all’interno della muraglia e chiusa da un portale in legno decorato con gli stessi motivi pittorici delle pareti.

L'edificio, costruito dai Frisari e poi passato ai Bozzi Colonna è a pianta rettangolare e si articola su due piani: al piano terra si trovano le ampie stalle e i depositi; il piano superiore invece ospita le grandi stanze nobiliari decorate con scene mitologiche. Di proprietà comunale fino a pochi anni fa è stato venduto a Olga di Grecia, moglie di Aimone di Savoia-Aosta.

 

LE GROTTE PULCI E MADONNA DELLA SERRA

 

Grotta "Pulci" e "Madonna della Serra" si trovano a Giuggianello in una posizione non molto distante dalla Torre Messapica. All'interno sono stati rinvenuti scheletri umani, animali addomesticati e diversi vasi neolitici perfettamente conservati e ovviamente sia per motivi di sicurezza che di salvaguardia del bene stesso, non sono fruibili.

Esplorate per la prima volta nel 1971 dagli speleologi Isidoro Mattioli, Severino Alberini e Remo Mazzotta del Gruppo Speleologico Salentino “P. De Lorentiis” di Maglie, subito si distinsero per importanza archeologica e naturalistica.

Il Prof. Luciano Graziosi e la Prof.ssa Mara Guerri, dell’Università degli Studi di Firenze, dichiararono su un servizio del “Nuovo Quotidiano di Lecce” del Gennaio 2002, che queste grotte rappresentano un vero e proprio santuario della preistoria, “una delle più grandi testimonianze della cultura neo-eneolitica del mondo”.

 

Le tradizioni

La Sagra di San Giovanni > Leggi

La devozione a S. Giuseppe è profonda e il 19 Marzo di ogni anno si svolge una sagra che rinnova un’antichissima tradizione legata ai riti agricoli della fertilità. Si distribuiscono piatti poveri a base vegetariana come il periodo quaresimale impone quali: “Massa”, “Pampasciuni”, “Pesce fritto”, “Pipirussi spaccati”, “Pittule”, pane e vino.

La seconda Domenica di Marzo si svolge invece la fiera di San Giuseppe, con bancarelle di ogni tipo, vendita di attrezzi agricoli, di artigianato locale, abbigliamento e accessori ma, soprattutto, si svolge la caratteristica gara di forza dei cavalli.

 

La Madonna della Serra è festeggiata il 31 maggio. La festa si svolge presso l’omonimo santuario con la celebrazione della messa, concerti bandistici, bancarelle e sparo di fuchi pirotecnici.

 

San Giovanni Battista è festeggiato ogni anno presso l’omonimo monte ogni 23, 24 e 25 giugno.

La sagra, organizzata dal Centro di Cultura, riprende un’antica tradizione che prevede la distribuzione gratuita di vino e formaggio. Durante i giorni di festa vengono proposti diversi piatti tipici della tradizione locale quali: pezzetti di cavallo, agnellone al forno con patate, carne di maiale alla brace, bruschette e vino locale. La sagra, tra le prime della stagione estiva nel Salento, si contraddistingue inoltre per i concerti di musica dal vivo legati al folklore, alla danza e alle tradizioni popolari.

 

San Cristoforo è festeggiato due volte l’anno: il 9 maggio ed il 24, 25 e 26 luglio. La festa di maggio rievoca il miracolo della pioggia accaduto circa quattro secoli fa. Dopo un periodo di lunga siccità la popolazione giuggianellese chiese ed ottenne l’intercessione del Santo e così tutta la comunità, in segno di ringraziamento, allestì focarrée (falò) in tutto il paese.

La festa patronale, invece, si svolge nel mese di luglio con celebrazioni religiose, luminarie,   concerti bandistici e spettacoli pirotecnici.

 

 
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